Taobuk a Lampedusa: “Sicilia culla del Mediterraneo”

La terza ed ultima tappa della rassegna letteraria itinerante nelle Isole Minori, ideata e organizzata da Taobuk e promossa dall’Assessorato regionale al Turismo, Sport e Spettacolo, è approdata lo scorso 31 ottobre a Lampedusa. L’evento dal titolo “Sicilia culla del Mediterraneo”, svoltosi presso l’aula magna dell’Istituto “Luigi Pirandello” di Lampedusa, ha preso forma attraverso un profondo […]

La terza ed ultima tappa della rassegna letteraria itinerante nelle Isole Minori, ideata e organizzata da Taobuk e promossa dall’Assessorato regionale al Turismo, Sport e Spettacolo, è approdata lo scorso 31 ottobre a Lampedusa.

L’evento dal titolo “Sicilia culla del Mediterraneo”, svoltosi presso l’aula magna dell’Istituto “Luigi Pirandello” di Lampedusa, ha preso forma attraverso un profondo dialogo umano e civile tra due ospiti d’eccezione: il medico Pietro Bartolo e l’economista Maurizio Caserta. Insieme ai relatori sono intervenuti il vicesindaco Maria Dell’Imperio, la preside Rossana Genco e Nino Taranto, presidente dell’Associazione Archivio Storico Lampedusa. A moderare l’incontro Antonella Ferrara, ideatrice e presidente dell’ormai noto Festival Letterario della città di Taormina.

Il dialogo ha preso le mosse dall’appello lanciato lo scorso giugno dallo scrittore israeliano Abraham Yehoshua nel corso della serata inaugurale di Taobuk al Teatro Antico di Taormina. Di fronte ad orrori annosi e mai risolti – dai tormentati conflitti mediorientali e norafricani fino alla tragedia dei migranti – il grande scrittore ha auspicato un Mediterraneo unito e ha individuato nella Sicilia, per storia e retaggio, la regione deputata a mediare tra i contendenti, fino a farne una sorta di Bruxelles del Mare nostrum.

Riportiamo di seguito alcuni passaggi degli interventi dei due relatori.

Pietro Bartolo, medico e autore del libro “Lacrime di sale”

“All’inizio – confessa – non lo volevo scrivere. Mi sembrava di tradire la fiducia delle persone che aiutavo, mettendo a nudo la loro vita, la loro sofferenza, i loro sogni. Allora ho escogitato di scriverci dentro anche la mia di vita, per mettermi alla pari con loro. Sono contento di averlo fatto perché il libro sta contribuendo a fare cadere quei muri mentali e gli stereotipi che purtroppo si sono creati. Dico sempre ai miei collaboratori che la cosa più importante è avere un approccio umano prima ancora che umanitario”.

Ma intanto lo strazio continua. «Quello che succede – evidenzia Bartolo – è vergognoso. Nel 2013 con l’operazione Mare Nostrum le nostre navi si sono messe a disposizione per evitare vittime e naufragi. Questo accadeva dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre con i suoi 360 morti. Da quell’azione di civiltà siamo però arrivati ad un paradosso. I trafficanti hanno fatto bingo, da quel momento impiegano solo gommoni, non hanno più bisogno di barche di grandi dimensioni. Il risultato è che sono aumentati i naufraghi e i morti».

Come contrastare questo meccanismo perverso? «L’Europa – prosegue Bartolo – deve fermarsi a riflettere. Un esempio per tutti. La Libia di oggi è un inferno. I migranti arrivano da noi dopo aver subito torture inenarrabili. È in atto un genocidio. Non possiamo più dire “noi non sapevamo”, perché lo sappiamo da trent’anni. La strada giusta è creare dei corridoi umanitari. Ce lo ha insegnato la comunità di Sant’Egidio, c’è la testimonianza del papa. Anche l’Europa deve farlo».

Non basta l’accoglienza. Come evitare che si creino i ghetti, chiede ancora Antonella Ferrara? Qual è il senso di un’identità mediterranea? «Noi siamo una porta sempre aperta, come la scultura di Mimmo Paladino sull’Isola. Siamo bravi nell’accoglienza ma scarsi nell’integrazione, anzi nell’interazione mirata a far entrare chi arriva a pieno titolo nella nostra società. La parola d’ordine deve essere: includere».

Maurizio Caserta, professore ordinario di Economia Politica e autore del libro “Mediterraneo Sicilia Europa”
«Ognuno dovrebbe chiederselo: perché sono nato qua e non altrove? Quale dose di fortuna mi tocca, in più o in meno, rispetto ad un coetaneo del Burkina Faso o della Baviera? Dal disagio del caso che ci rende cittadini di un luogo piuttosto che un altro nasce il diritto a cambiare lo stato di cose e il proprio. Gli emigranti siciliani che scappavano dalla fame si sono spostati altrove, per noi è dunque abbastanza scontato avere un diritto a costruire la nostra vita laddove riteniamo più opportuno. Così è scritto anche nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948. Nella realtà, però, non a tutti è riconosciuta questa fondamentale opportunità»
Come influisce in questa visione l’identità della nostra terra? «In generale, l’identità è quella che ci portiamo dal passato e però muore se non si rivitalizza con il cambiamento a cui è continuamente esposta. L’identità mediterranea della Sicilia deve fare tutt’uno con quella europea, che consiste proprio in questa capacità tipica della società aperta. Ciò deve portarci a mettere l’uomo al centro: un umanesimo che rappresenta una sfida da accettare ogni giorno. In quest’ottica ci possiamo impegnare affinché la legge scritta, il nomos dei Greci, recepisca istanze di quella non scritta. Noi dalla Sicilia, da Lampedusa, dimostriamo di raccogliere appieno la suggestione di Yehoshua, perché da qui parte una cifra della modernità che va ricostituita e rifondata: guardare ad urgenze sempre nuove, desiderare il confronto, chiamati come siamo a risolvere di continuo questioni mai prese in considerazione prima. Il mio augurio è che il prossimo leader europeo venga proprio da quest’Isola».

 

 

 

 

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